Cena di Solidarietà

CENA DI SOLIDARIETA’
PRESSO IL CIRCOLO GNIGNI DELLA PUBBLICA ASSISTENZA

14 luglio 2014 ore 19,30

PER SOSTENERE LE SPESE DEL VOLO E L’OSPITALITA  DEI BAMBINI SAHARAWI

SCEGLI IL TUO MENU’ – PRENOTAZIONI ENTRO IL 10 LUGLIO – 055 8949945

A)    CAMPIGIANO € 20,00 (antipasto, penne alla pecora, bistecchine alla griglia, patatine)

B)    SEMPLICE MA BUONO € 15,00 (popone e prosciutto, penne al pomodoro, pollo, patatine)

C)     VEGETARIANO € 12,00 (panzanella,  melanzane alla parmigiana)

vedi in allegato il volantino dell’iniziativa: CENA DI SOLIDARIETA

Bienvenidos a mi casa

Quando, fin dal 1996 abbiamo iniziato i nostri viaggi di solidarietà tra il popolo saharawi (profugo da oltre trent’anni nel deserto algerino),  quando nel 2008 abbiamo pensato al progetto di un punto di primo soccorso, quando nel 2011 lo abbiamo realizzato,  non avremo mai pensato che quel territorio così inospitale – lontano – arido, diventasse la nostra Terra e la nostra Casa.

Alla propria Casa e alla propria Terra si torna dopo un lungo viaggio, la viviamo  lontana ma la sentiamo vicina e per la quale, come qualsiasi immigrato, mettiamo da parte dei denari per migliorarla, per farci perdonare di averla per troppo tempo lasciata sola, anche abbandonata.

Ritorniamo ogni anno non come stranieri ma come cittadini. Dietro a noi, la società dell’inutile ma anche del benessere, scesi entrambi all’aereoporto di Algeri e non imbarcati per Tinduff. Cittadini non nativi ma appartenenti alla comunità saharawi, ne condividiamo la lingua che vibra nei suoni delle donne che esprime felicità e approvazione, ne condividiamo l’amore per una terra perduta, la voglia di ricostruzione e di mantenimento delle tradizioni, la voglia di libertà e la storia di indipendenza e ci sentiamo appartenenti alla sua Repubblica.

Per questo, dopo aver cercato di creare i locali del Punto di Primo Soccorso e insegnato ai giovani le prime nozioni del primo soccorso per farli più vicini a noi, soccorritori volontari nella testa e nel cuore, non ci siamo stupiti che il progetto si era trasformato a loro misura e per le loro opportune, giuste, naturali necessità.

Un nuovo e funzionale ampliamento della farmacia nell’Ospedale di Auserd, nuovi volti giovani – appena laureati pronti a prescrivere e a riconoscere dietro ogni anonima pillola (non vi sono scatole di medicinali, non vi sono targhe, non vi sono case farmaceutiche ma solo vasi di pillole con un etichetta bianca). La nostra ambulanza non serve solo per le emergenze ma a far  nascere bambini alle tendopoli. Non vi sono posti in Ospedale, ovvero ci sono tanti posti vuoti ma si preferisce curare presso le Tendopoli, dove comunque arrivano dagli immigrati, cibo, vestiario, luce. Anche la pazzia non è più curata ma non per una scelta illuminata ma per non pesare sulla sanità della comunità. Si cura, si guarisce, si opera ma la degenza o la leggera malattia anche mentale non è più presso l’Ospedale.

E’ la fame l’ultimo mostro per il nostro Popolo.

Un mostro che è sempre stato presente nel deserto algerino, che abbiamo conosciuto fin da subito ma che adesso è ancor più visibile. Non arrivano aiuti internazionali non si vedono più nei villaggi i mercatini (se così si possono chiamare, chi è stato nel deserto comprende a cosa mi riferisco).

Se poi il Governo poteva occuparsi solo dell’alimentazione, grazie ai progetti volti alla costruzione e la manutenzione delle scuole, di ospedali, di centri culturali, si era convinti di poter continuare a sentirsi orgogliosamente cooperanti, equi e giusti nella distribuzione. Ma non è più cosi, dal 2011, ovvero solo due anni fa è cambiato il sahara occidentale. Sono cambiati i suoi giovani.

I ragazzi si spostano ormai nella vicina Tindurf a lavorare, studiare: medici divengono operai edili, guardie della RASD hanno imparato a macellare. Il deserto diventa una striscia di asfalto che avvicina ma allontana al tempo stesso le generazioni. Altri ritornano alla pastorizia nei territori liberati, tuareg come i loro nonni.  Il Governo ha capito, lascia i giovani tentare nuove strade, sostiene i loro percorsi per sostenere le famiglie, per la pace.

Pace che significa ancora oggi, attendere. Aspettare che questo Mondo si accorga di un popolo che come quello Palestinese, non ha Nazione, non gli è riconosciuta cultura, lingua, cittadinanza e le sue variegate etnie, origini e i costumi.

Insieme al cibo e ai farmaci, che non è facile trasportare ma che abbiamo deciso di portare nei nostri bagagli personali, abbiamo portato la solidarietà della nostra città. E’ sempre bello riconoscere e ritrovare i medici  saharawi che non hanno abbandonato le tendopoli, le maestre e i maestri che da anni lavorano gratuitamente, i dirigenti politici e i sindaci che proteggono dalla fame e dalla tristezza le loro comunità. Sono persone che sprigionano dignità, se pur nella sofferenza se pur magrissimi e con gli occhi affossati, anelanti di diritti e di giustizia. Una giustizia e diritti che sono ogni giorno calpestati, una giustizia che si allontana e quasi irraggiungibile , ma il loro impegno ci fa tremare la voce mentre allarghiamo le braccia, i nostri occhi ridono ma al tempo stesso piangono per l’amico ritrovato ma anche per la nostra impotenza e vi giuro: fa male il cuore.

Compagni, sorelle, fratelli la più bella azione è la solidarietà. Ricominciamo: abbiamo i container, abbiamo la nostra rete di farmaci, abbiamo la nostra comunità e tante altre comunità locali in Italia che amano questo popolo e noi sappiamo che dobbiamo raccogliere cibo.

Il cibo, non è un progetto, è un bisogno. Un bisogno a cui sentiamo il dovere umano di rispondere.

Per questo continueremo a finanziare l’Ospedale di Auserd affinché la R.A.S.D. continui a curare la sua gente, affinché la nostra amica ostetrica viaggi nelle tendopoli per assistere le giovani madri, affinché il nostro dottore cubano curi gli anziani dal diabete e i bambini dalla celiachia. Ma inizieremo a raccogliere  gli alimenti da inviare a questo popolo i cui giovani, cercano di dare un futuro e un volto diverso, accettando la vita nel deserto, restando e costruendo le loro case di sabbia in Algeria, creare nuove famiglie, pur avendo nello sguardo il rancore verso il passato, Ma noi li aiuteremo, li abbiamo visti crescere, sono i bambini che abbiamo accolto in Estate, sono i giovani che ospiteremo presso le nostre associazioni per formarli a soccorritori, sono le famiglie che avranno un figlio che si chiamerà Nadia  o Giovanni o Eugenio o …. ma che stanno lottando – esistendo e resistendo – per non far morire la libertà sognata dai loro vecchi, gli stanno accanto con orgoglio e sfida, continuando ad essere esuli, sfollati, popolo al quale anche noi apparteniamo.

Il Comitato di Campi Bisenzio è sempre attivo, i volontari si riuniscono una volta al mese ospiti di associazioni. Vi aspettiamo per continuare il nostro impegno ma anche per progettare nuove iniziative e accogliere anche nel 2014 i nostri bambini.

Nadia Conti                                                                                                                         Componente del Comitato pro-saharawi                                                                                                                      Nadjem El Garhi

 

 

 

Adesione al lutto nazionale per i morti di Lampedusa

per i morti di lampedusa – lutto pubblica

 La globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la facoltà di piangere

FRANCESCO – PAPA

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LA PUBBLICA ASSISTENZA DI CAMPI BISENZIO

IN ADESIONE ALL’APPELLO DI PAPA FRANCESCO

IN LUTTO NAZIONALE INSIEME AL FORUM PER LA PACE DELLA MARCIA PERUGIA ASSISI

 

PER LA PACE E LA SOLIDARIETA’

Via Orly 37 – Campi Bisenzio

Tel. 055 8949945 – circolognigni@pacampi.it

 

 

 

 

 

 

È ora di abolire il reato di clandestinità

La Pubblica Assistenza di Campi Bisenzio aderisce all’appello di Famiglia Cristiana e della Tavola della Pace, per l’abolizione del reato di clandestinità.

Un reato crudele, scrive don Antonio Sciortino nell’appello che alleghiamo, istituito per raccogliere voti, che serve solo a scopi strumentali e demagogici. Anche se la strumentalizzazione va a incidere sulla carne degli uomini.

La campagna di Famiglia Cristiana deve diventare la campagna di tutte le donne e gli uomini che vogliono far vivere i valori iscritti nella nostra Costituzione e nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Per questo vi invitiamo a firmare la petizione sul sito famigliacristiana.it
Per avere successo, per raggiungere questo obiettivo, è bene sottolinearlo, abbiamo bisogno di essere davvero in tanti.

Qui sotto:
1. Appello del direttore di Famiglia Cristiana
2. 5 ragioni per abolire il reato di clandestinità

LA PETIZIONE DI FAMIGLIA CRISTIANA

È ora di abolire il reato di clandestinità.
Le parole e i gesti di papa Francesco a Lampedusa sono stati inequivocabili.
Parlando da quel lembo di terra che unisce l’Africa all’Europa, piangendo su quelle vittime innocenti seppellite sotto il mare, il Papa ci ha riportati dentro la storia. Ci ha detto delle lacrime necessarie a essere uomini. Ci ha indicato la prospettiva giusta per comprendere una condizione, quella dei migranti, che non è un’emergenza ma la “normalità”. Com’è avvenuto per generazioni di italiani partiti per “la fine del mondo” in cerca di fortuna.
Tra i quali vi erano anche i genitori dell’attuale Papa. E come continua ad accadere ai nostri giorni.
Tra le tante conseguenze della visita del Pontefice nell’isola siciliana c’è stata quella di mettere a nudo l’assurdità di una legge, quella che prevede il reato di clandestinità, fatta «sulla pelle delle persone», come ha detto il ministro
dell’Integrazione Cécile Kyenge.
Il reato di clandestinità è un reato crudele, che trasforma una condizione, quella di clandestino, in uno “stigma” e che solo il nostro buon cuore di “italiani brava gente” ha impedito che facesse ancora più danni di quelli che poteva fare.
E che soprattutto non serve a nulla sul piano della pretesa sicurezza.
Sul tema dei diritti civili forse è venuto il momento che l’Italia si scrolli di dosso un bel po’ di polvere di ipocrisia e populismo, senza divagare sui “se” e sui “ma”: è disumano mettere in galera un migrante senza dargli la possibilità di
dimostrare che ha diritto all’asilo umanitario o allo status di rifugiato.
È questo il senso della campagna di Famiglia Cristiana per abolire il reato di clandestinità. Un reato che porta a drammatiche e crudeli conseguenze, come per esempio il divieto di curare nei pronto soccorso i clandestini, con l’obbligo per i medici di denunciarli.
Ma al di là delle motivazioni umane, ci sono anche motivi razionali per abolire quest’assurda legge. Il reato di clandestinità non serve per contenere l’immigrazione illegale.
Chi pensa a un Paese invaso dagli stranieri in caso di cancellazione del reato fa demagogia o non conosce le norme che regolano
l’immigrazione in Italia. Senza dire poi che se il reato fosse stato in vigore altrove, milioni di nostri antenati sarebbero stati in prigione in Argentina, Brasile e nei molti altri Paesi dov’erano emigrati.
Il nostro tempo è il tempo dell’integrazione, della solidarietà, dell’aiuto reciproco, del “meticciato” che ci rende più liberi e forti. Qualcosa da inserire in una prospettiva che dall’ottica della difesa dei confini passi a quella della dignità della persona.
Don Antonio Sciortino
Direttore di Famiglia Cristiana

5 ragioni per abolire il reato di clandestinità
Dobbiamo abolire il reato di clandestinità perché:
1. non serve per contenere l’immigrazione illegale;
2. anche senza il reato, ci sono regole precise (fermo, detenzione nei Cie, identificazione ed espulsione immediata) per trattare gli immigrati irregolari;
3. il reato di clandestinità ha aggravato la già grave situazione delle carceri italiane;
4. è disumano mettere in galera un migrante senza dargli la possibilità di dimostrare che ha diritto all’asilo umanitario o allo status di rifugiato;
5. se il reato fosse stato in vigore altrove, milioni di nostri antenati sarebbero stati in prigione in Usa, Argentina, Brasile e nei molti altri Paesi dov’erano emigrati.